Frabboni_

In fondo al corridoio del primo piano si apre la sala dello Zodiaco. 

Un portale sormontato da una vetrata a rulli, decorato e iscritto ne definisce l’accesso. L’iscrizione ricorda il committente e la data di esecuzione di una decorazione pittorica di straordinario valore artistico. Tradotta dal latino recita così: Carlo Alberto Pizzardi fece fare 1897.

L’impatto è mozzafiato. I colori e i riflessi di luce pongono il visitatore in uno stato di pura emozione. Il salone ha una copertura piana, tre porte interne di cui una sovrastata da una vetrata con rulli, due grandi finestre che captano la luce ad est e ad ovest e tre porte con infissi in ghisa che conducono al balcone esterno. La decorazione plastica in malta cementizia si distribuisce armonica in tutto lo spazio. Segna con foglie accartocciate il perimetro della vetrata e con fiori stilizzati le fasce intorno alle finestre e intorno alle porte che danno verso l’esterno. Divide in senso orizzontale le pareti con fregi di elementi fitomorfi avvolti a spirale, e incornicia le porte interne con formelle quadrate in cui si inseriscono fiori.

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GLI INTERNI

Le pareti sono completamente dipinte e illusionisticamente divise in quattro fasce.

Nella fascia inferiore sono rappresentati semplici e modulari riquadri geometrici, mentre nelle due fasce centrali si sviluppa il tema della palude. Alghe, radici delle canne palustri, ma soprattutto pesci, rane e tartarughe si muovono nel fondo limaccioso della valle di Bentivoglio. Ninfee e giunchi dimorano nell’acqua, mentre le anatre volano in cielo.

Nella fascia superiore sono rappresentati i segni zodiacali e le costellazioni, entro una illusionistica struttura architettonica, contro un cielo blu appena illuminato dalle stelle e sopra nastri con iscrizioni latine che ne indicano il nome. Il soffitto è incorniciato da due nastri continui e svolazzanti che si intrecciano, mostrano brevi iscrizioni latine ed evidenziano in corrispondenza degli angoli le personificazioni dei quattro venti: maestrale, libeccio, scirocco e grecale. I venti hanno facce dorate e lunghi ondosi capelli scarmigliati, illuminati dalla pastiglia d’argento così come il vento che emettono dalle bocche strette e quasi serrate. A est le iscrizioni si trovano alla base dei raggi solari che illuminano la luna e il pianeta terra, nel punto in cui è visibile l’Italia. Tali iscrizioni recitano: VITA . LUX . CALOR . SALUS. A ovest le iscrizioni si trovano alla base di un cielo stellato, fatto di stelle illuminate dalla foglia d’argento. Tali iscrizioni recitano: PAX . UMBRA . SILENTIUM . OVIES. Vale la pena soffermarsi ad ammirare la bellezza della luna rappresentata come una fanciulla blu addormentata, illuminata nelle sue otto fasi dalla pastiglia d’argento e circondata da cartigli con iscrizioni latine. Luna nuova CADENS REGITUR, crescente SQUALLIDA MICAT, primo quarto ARIDA INUNDAT, gibbosa crescente OBSCURA LUCET, piena PARVA EMINET, gibbosa calante ASPERA NITET, ultimo quarto INERS COMMOVET, calante TRISTIS AMATUR

Mentre le pitture lungo la scala, realizzate in pieno stile Liberty bolognese, sono attribuite al pittore minerbiese Achille Casanova, le pitture della sala dello Zodiaco, colme di contaminazioni jugendstil e di riferimenti all’arte giapponese, sono attribuite al pittore fiorentino Augusto Sezanne. Entrambi appartenenti alla gilda di Alfonso Rubbiani.

 IL BALCONE

Dal balcone la vista spazia verso il canale Navile e verso i colli di Bologna. Alcune lettere di Giulia De Rham, moglie dell’agronomo che gestì la Tenuta Pizzardi per conto della proprietà nel secondo decennio del Novecento, rimandano a noi alcune struggenti suggestioni. Una riguarda la vista dei colli e di tramonti di fuoco. Una riguarda la tenerezza verso i paroni che avanzavano con le barche sul canale. Un’altra ancora riguarda lo scrosciare dell’acqua presso il sostegno che era posto accanto al palazzo.

GIULIA DE RHAM: I COLLI 

Il palazzo rosso senza essere un’opera monumentale, è una nobile gemma d’arte muraria creatrice di un ambiente di alta suggestione; tutta la sua architettura la onora, ma uno dei massimi suggelli di raffinatezza artistica le proviene da quel balcone che è una vera e propria opera di raffinata bellezza. Ma la Gemma più nobile e la loggia che sulle acque dei due canali si protende, essa è là dove la punta del palazzo le divide, e lo fa come un tagliamare; ma se quelle acque sono grosse come talvolta accade, allora questo mio belvedere… si trasforma nella lancia di una nave in mezzo alla corrente, di cui la nave ne frange i flutti.

Quando però riappare il sole, e i barconi tornano placidi a solcare le acque del raddolcito Navile, senti esplodere dentro di te una immensa letizia. Questa loggia, questo mio belvedere, che è l’anima della mia dimora, domina la pianura: le gentili colline salgono ondulate, lasciando discernere le catene appenniniche. 

E San Luca è là. Essa ci appare piccolissima sulla cima, e la vergine di Costantinopoli, da lassù, vede tutti i suoi devoti fittamente sparsi in questa pianura. 

Di qui in poi contemplo la luna che dona il Castello la sua atmosfera di fiaba, ed assisto agli spettacoli dei cieli infocati di ottobre riflessi nei maceri adagiati ogni dove, vedo balzare improvvisi nelle atmosfere di gennaio i profili appenninici delle alte cime toscane; son nitidi cristalli nevosi avvolti di freddo: a ottanta chilometri il Corno alle Scale, oltre l’argento Cimone; ancor più lontano, misterioso isolato l’etereo Rondinaio.

Poi quelle catene svaniscono dietro le brume sollevatesi dalla Valpadana; quella nitida scena si è poi smaterializzata in cinque minuti. Essa ha avuto la breve vita di due ore.

L’incantesimo è finito, ma io ho in me le diafane moli che senza il privilegio del belvedere, i Bentivoglio – penso – avranno a lor volta ammirato lo spettacolo. Invece, l’indomani apprendo che non è stato affatto così. 

Nel merito ho voluto interpellare una bentivoglioese anziana, Delina di Cicchi, che qui è un personaggio molto noto, anche perché da quasi trent’anni adempie ogni sera alla mansione lampionaria comunale. Ancora per poco forse, perché con i prossimi mesi, si dice, arriverà la luce elettrica.

Ma come mai, volli chiederle un giorno, non sapete i nomi di monti che certamente vedete da bambina? Il candore della risposta mi ha del tutto disarmata: me, signora, ho fatto la terza elementare e avevo 14 anni che andavo alla risaia… i genitori morti e i fratellini da mantenere, mo sé, che me le vedevo quelle montagnacce lì! In quelle vette ci sono le streghe! Lei, che è andata a scuola, è vero che sono di là dal mare? Cosa me ne importa a me… tanto il riso cresceva lo stesso.

Cara brava Delina di Cicchi fraternamente ti voglio bene e ti auguro che la luce elettrica in paese tardi ancora un po’ ad arrivare qua. Io sono certa che augurio migliore non potrei farti, perché la luce dei lampioni a petrolio ti sembrerà sempre la più bella di tutte.

GIULIA DE RHAM: I PARONI

Io voglio bene ai paroni. E sono una loro estimatrice. Io li considero la nobiltà di tutto il personale che lavora sul canale; li ammiro e provo tenerezza per l’amore che dimostrano verso i loro cavalli. Ma purtroppo quei forti e nobili uomini stanno per entrare nel passato. Quelli che stiamo vedendo sono gli ultimi eredi di una progenie che De’ Rham dice avere le sue radici nella terra Polesana; se ciò sia vero non so, ma di una cosa sono certa: il mestiere trasmesso di padre in figlio per secoli, con l’attuale generazione conclude la loro storia.

Questi uomini, sia che portino barche sia che guidino cavalli hanno sempre costituito una unica aggregazione, e son sempre stati una sola famiglia. Una famiglia gloriosa che sta scomparendo tra l’indifferenza di tutti. In passato, nei tempi d’oro della navigazione, vantavano il possesso di cavalli delle razze più forti, loro ambizione. Il loro ideale era la razza Brabante, con le loro criniere color platino sui colli possenti. Io con i miei due figli maggiori durante l’estate siamo andati, a volte, per argine sino alla Ringhiera per incontrare il traino di un certo parone Geppe che tuttora possiede una coppia di quei superbi animali. Uno spettacolo bello e toccante che mi ha portato indietro di quattro secoli, quando, in quel medesimo argine altri splendidi cavalli avanzavano trascinando il grande bucintoro di Giovanni II Bentivoglio.

E com’era curioso il pensare che da quella epoca nulla era cambiato! Persino i finimenti erano eguali: la cima attaccata al bilancino da alaggio, che altro non è che un trapezio al quale sta il cavallo per annullare gli strattoni dell’alzaia.

GIULIA DE RHAM: IL SOSTEGNO

Dove il Navile bagna il Palazzo Rosso, a ovest, c’è una strettoia in cui l’acqua, profondissima, è in periodi di soprabbondanza insidiata da una corrente turbolenta che si cela subdola sotto una superficie dall’aria innocua. 

Il canale è in piena, e la cascata della chiusa, qua sotto le mie finestre, ora produce un gran frastuono, ma non disturba, perché i rumori prodotti dall’acqua non sono mai molesti.

Contenuti testuali a cura di Marianna Biondi