Riconosciute come “Case degli Illustri della Regione Emilia Romagna”, Palazzo Rosso e Museo Casa Frabboni oggi rappresentano i pilastri principali di un innovativo progetto di rete che punta a celebrare e narrare le vite degli Illustri Carlo Alberto Pizzardi e Natale Guido Frabboni attraverso la valorizzazione del territorio che essi stessi hanno contribuito a trasformare a livello sociale, culturale, politico e architettonico.
Distanti solo 13 km tra loro, le due dimore di Illustri si configurano come i touchpoint da cui partire per una coinvolgente avventura alla scoperta delle bellezze culturali e paesaggistiche di queste antiche terre ricche di fascino e storia!

Il progetto, promosso dall’Unione Reno Galliera insieme ai Comuni di Bentivoglio e San Pietro in Casale, punta a rafforzare e comunicare la connessione tra le due dimore illustri e il paesaggio culturale in cui sono inserite, al fine di creare un’esperienza di visita che offre ai visitatori la possibilità di andare oltre la semplice osservazione.

Costruisci il tuo percorso e immergiti nei luoghi del Marchese Carlo Alberto Pizzardi e dell’artista

Natale Guido Frabboni!  

Il Castello

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Il castello di Bentivoglio venne edificato nella seconda metà del Quattrocento, in un luogo strategico in cui si concentrava la presenza di un canale navigabile, di un mulino e di una torre di avvistamento.

Sin dal 1221, le barche solcavano le acque del canale Navile per trasportare le merci prodotte a Bologna fino ai porti del mare Adriatico. La disponibilità idrica aveva portato all’installazione di un mulino su una delle cinque isole originate dalla biforcazione delle acque del canale, l’isola di Ponte Poledrano. La necessità di controllare in quel punto il mulino, i traffici commerciali, nonché il confine con il vicino ducato estense, avevano condotto alla costruzione di una torre. La torre era di proprietà del Comune di Bologna ed era presidiata da tre uomini, che in caso di pericolo facevano segnali di fumo, di fuoco, o acustici verso le torri distribuite sul territorio, fino alla Torre Asinelli di Bologna.

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Intorno alla torre venne costruita una rocca nel Trecento. Una fortezza presidiata dapprima dalla famiglia Canetoli e poi dalla famiglia Bentivoglio, che progressivamente ne divenne proprietaria insieme alle terre circostanti. 

Giovanni II Bentivoglio, dopo essersi autoproclamato signore di Bologna nel 1463, fece edificare accanto alla rocca il castello. Un luogo facilmente raggiungibile da Bologna navigando lungo il canale a bordo di uno splendido bucintoro, un luogo in cui incontrare diplomatici per stringere alleanze politiche, un luogo ideale per controllare da vicino la sua azienda agricola e soprattutto un luogo dedicato allo svago della sua corte dopo le battute di caccia nelle valli circostanti. Più che un castello dotato di strutture difensive era una villa, con ampie sale affrescate, illuminate da grandi finestre e riscaldate da grandi camini policromi e dorati.

Il castello si presenta come un edificio a pianta rettangolare, con corte interna, che si eleva su due piani e si collega tramite le cucine alle scuderie. Sono scomparsi i prati e giardini che lo circondavano, ricchi di frutteti e di prati di trifoglio, e anche i fossati.

Le pareti erano dipinte sia all’esterno che all’interno. All’esterno, su fondo bianco, erano visibili losanghe fatte di canne palustri allacciate e disgiunte, con un’impresa bentivolesca che a lettere latine ricordava che la forza risiede nell’unità. Le pareti della scuderia erano ornate con rombi incornicianti teste di cavalli nitrenti. La torre era ornata con gli stemmi delle famiglie Bentivoglio e Sforza. Nella corte interna le pareti erano tinteggiate di bianco e dal fondo emergevano rami verdi, rose scarlatte e nastri con l’iscrizione Domus jocunditatis, vale a dire casa della gioia. All’interno, le pareti erano dipinte con corde, scimmie e felini.

Il castello è stato restaurato da Alfonso Rubbiani, su commissione di Carlo Alberto Pizzardi, fra il 1889 e il 1899. In linea con il modernismo eclettico che andava proponendo a Bologna, anche a Bentivoglio Rubbiani recuperò l’anima medievale della struttura e colmò le lacune con elementi in stile Liberty bolognese. 

Ripristinò l’ala ovest che era crollata, creò lo scalone ottocentesco e aggiunse elementi floreali al pozzo scolpito con le imprese delle famiglie del parentado dei Bentivoglio; abbatté i divisori delle camere; ricostruì i camini; riscoprì le pitture della cappella e delle sale dei fiordalisi, dei ghepardi e del pane. 

La sala delle Storie del pane, probabilmente la sala delle udienze di Giovanni II e di Ginevra Sforza, conserva alle pareti dieci pannelli dipinti che testimoniano le attività di bonifica, di sistemazione del terreno e di molitura promosse dal signore di Bologna per sfamare la città. un documento unico di arte profana rinascimentale bolognese. 

Al piano nobile del castello Carlo Alberto Pizzardi fece collocare diversi servizi per i bentivogliesi: una chiesa, un asilo e una scuola professionale femminile.

Questo castello, villa prediletta di Giovanni II Bentivoglio, cornice di tante splendide feste, meta di visitatori illustri come il duca Ercole I d’Este di Ferrara e Lucrezia Borgia – in viaggio verso Ferrara per diventare la sposa di Alfonso I d’Este – dopo la cacciata della famiglia Bentivoglio da Bologna cadde in stato di abbandono. Condizione che mantenne fino all’acquisto da parte dei Pizzardi e al restauro di Alfonso Rubbiani, i quali con la loro opera resero il castello un luogo magnifico, tanto da divenire una tappa imprescindibile delle gite delle scolaresche bolognesi e degli amanti della bellezza. Dopo la morte di Carlo Alberto Pizzardi calarono nuovamente i riflettori su questo luogo. Il tempo risparmiò al Pizzardi e al Rubbiani il dolore di vedere la torre della rocca minata e abbattuta dai militari tedeschi, il 21 aprile 1945, il giorno prima della liberazione di Bentivoglio. 

Contenuti testuali a cura di Marianna Biondi

L’Ospedale

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L’ospedale di Bentivoglio venne costruito nel 1906 per impulso del marchese Carlo Alberto Pizzardi, il quale intendeva fornire assistenza sanitaria ai mezzadri e ai braccianti della sua Tenuta. 

Edificato a sinistra della strada che conduce a San Giorgio di Piano, venne collocato in fondo a un viale fiancheggiato da bellissimi tigli e magnolie alternati. In un tempo in cui il trasporto fluviale era maggiore di quello stradale, i burchielli viaggiarono sul canale Navile e trasportarono i laterizi provenienti dalla fornace Stanzani di Corticella. A Bentivoglio il carico venne trasbordato in carriole e quindi in vagoni decauville che giunsero su assi fino al fabbricato in costruzione.

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Essendo privato l’ospedale funzionò per qualche tempo poi venne chiuso. 

Venne riaperto dal Pizzardi durante la Prima Guerra Mondiale, quando servivano medici e strutture per curare i soldati feriti. I soldati terminavano la riabilitazione nel convalescenziario allestito nel Castello, assistiti dalle suore della Croce Rossa, che in molti casi insegnavano ai convalescenti analfabeti a leggere e a scrivere.

 Al momento della donazione all’Amministrazione degli Ospedali di Bologna, l’ospedale di Bentivoglio necessitava di un ripristino, che l’ente era impossibilitato ad effettuare in un momento in cui era impegnato nell’opera di costruzione di un ospedale per tubercolotici in città. Motivo per cui venne chiuso nuovamente.

 L’ospedale venne riaperto grazie alla creazione di un Consorzio tra i Comuni di Argelato, Baricella, Bentivoglio, Castello d’Argile, Castel Maggiore, Malalbergo, Minerbio e San Giorgio di Piano. Con decreto del prefetto di Bologna del 25 luglio 1924, l’ospedale venne riconosciuto ente morale.

Il Municipio di Bentivoglio

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Il palazzo comunale di Bentivoglio si affaccia su piazza dei Martiri per la Libertà, insieme al palazzo delle botteghe e alla caserma dei carabinieri, e fronteggia gli antichi magazzini della Tenuta Pizzardi.

 Venne costruito a partire dal 1901, grazie a una convenzione stipulata tra il Comune di Bentivoglio e il marchese Carlo Alberto Pizzardi. Rispettando gli accordi sottoscritti il marchese donò al Comune il terreno di 5.000 metri quadrati su è stato edificato lo stabile, prestò all’ente 70.000 lire quale anticipo per spese di costruzione, arredamento locali e spese contrattuali, concesse un mutuo a tasso mitissimo del 3.75%, e accettò la restituzione della somma prestata con rate annuali di 4.000 lire, da riavere in ventinove anni a partire dal 1° gennaio 1903.

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Il palazzo si configura strutturalmente come un edificio a pianta a C aperta verso un giardino, elevato su tre piani fuori terra più un sotterraneo, dotato di una struttura in mattoni con rivestimento in intonaco. 

La composizione di tutte le facciate, a esclusione di quella rivolta a sud che risulta più semplice, presenta al piano terra una finitura a bugnato coronata da una cornice marcapiano, e ai piani superiori una finitura ad intonaco con cornice marcapiano e sottogronda modanate. Il portone ad arco a tutto sesto, preceduto da cinque gradini, è posto al centro delle facciate e a nord è sormontato da un balcone in pietra. 

I progetti elaborati dall’ingegnere Bruno Neri mostrano un fabbricato con tre distinti ingressi: a est quello delle scuole, a nord quello degli uffici comunali, a ovest quello dei carabinieri. Secondo i disegni alle scuole si dovevano assegnare quattro aule, due al piano terreno per i maschi e due al primo piano per le femmine, corredate di spogliatoio e di servizi igienici. Le abitazioni per i maestri dovevano collocarsi al secondo piano. Gli uffici comunali dovevano distribuirsi fra piano terra e primo piano: posta, telegrafo e giudice conciliatore al piano terra, sala del consiglio comunale, uffici e gabinetto del sindaco al primo piano. Le abitazioni del medico e del segretario si dovevano collocare al secondo piano. L’alloggio dei reali carabinieri doveva comprendere un vano d’ingresso, un dormitorio, una sala per udienze con camerino, una cucina e bassi comodi.

L’Oasi La Rizza

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L’Oasi La Rizza, situata a nord del paese di Bentivoglio, in origine era una palude, costituita da terreni acquitrinosi, mantenuti allagati dalle frequenti piene dei fiumi, dotati di argini inadeguati.  

Nel corso dell’Ottocento la palude venne progressivamente bonificata dalla famiglia Pizzardi e convertita in una risaia periodicamente allagata. Sono diverse nella zona le aie agricole in cui il riso veniva trebbiato e gli essiccatoi in cui veniva disidratato. Il riso poi veniva caricato nei burchielli e trasportato via canale Navile per essere venduto a Bologna, Malalbergo, ma anche Ferrara e Venezia. A Bentivoglio si effettuava la pilatura, una operazione che serviva a rendere il riso commerciabile. Successivamente alla coltivazione umida si sostituì la coltivazione asciutta, con prevalenza di frumento, mais e barbabietola.

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Gli anni novanta hanno visto una piccola ma sostanziale rivoluzione di questo paesaggio a monocolture, grazie all’erogazione di contributi comunitari nel 1998 quello che era un anonimo triangolo di campi è stato trasformato nell’area naturale che oggi conosciamo, attraverso interventi di ripristino degli ambienti naturali tipici della pianura. Questi interventi hanno permesso di ampliare e collegare tra loro i relitti ed i piccoli frammenti di boschi, pioppeti abbandonati e ultime siepi sopravissute alle monocolture. Intorno a questi elementi sono stati piantati nuovi boschi e siepi e nella parte centrale del comprensorio è stata scavata la grande zona umida che caratterizza l’area dell’Ex Risaia. L’insieme degli interventi ha interessato più di 35 ettari di pianura in aree di proprietà del Comune di Bentivoglio, a cui si sono aggiunti altri ripristini ambientali, realizzati dai privati confinanti, facendo di questo complesso un’ampia zona ricca di biodiversità ed elementi naturali.

Gli ambienti presenti all’Ex Risaia si articolano nello spazio geografico con la successione tipica degli habitat naturali, dovuta principalmente alle condizioni di allagamento, profondità dell’acqua, morfologia delle rive e degli argini.
 
LA ZONA UMIDA

La zona umida è costituita da un ampio bacino di forma irregolare che interessa 25 degli ettari totali dell’Area. Il bacino è caratterizzato dall’avere una grande isola centrale, isole più piccole e dossi affioranti dall’acqua che permettono la permanenza di rive con acqua poco profonda alternate a canali d’acqua con profondità maggiore. Mentre la parte con profondità massima, anche oltre il metro, si trova nelle aree più centrali del bacino allagato.

La gestione naturalistica dei livelli idrici permette di conservare durante le stagioni rive scoperte dall’acqua e caratterizzate dalla presenza di aree fangose o con pochissimi centimetri di acqua, che sono l’ideale per aironi, anatre di superficie e uccelli limicoli (adattati a nutrirsi sulle spiagge limose).

Le specie che si possono osservare nelle acque poco profonde e sulle rive sono: airone cenerino, airone bianco maggiore, garzetta, germano reale, alzavola, marzaiola, canapiglia, mestolone, oca selvatica, folaga, combattente, pittima, beccaccino, piro piro piccolo, piro piro culbianco, piro piro boschereccio, totano moro, avocetta e cavaliere d’Italia.

Dove l’andamento del fondale da origine alle acque profonde è solito vedere lo svasso maggiore, il tuffetto e il cormorano, intenti nel cacciare, immergendosi, piccoli pesci e gli ormai immancabili gamberi della Louisiana.

 

I CANNETI E LE RIVE

I canneti, formati dalla cannuccia di palude, una pianta erbacea legata ai terreni umidi che può superare i 2 m di altezza, sono la vegetazione caratteristica di alcune rive ed argini. Nell’intrico dei canneti si trovano l’airone rosso, il tarabusino, il porciglione, il falco di palude, il cannareccione e la cannaiola che sono anche nidificanti. Mentre in inverno il canneto offre rifugio ad altre specie come il tarabuso, il migliarino di palude, il pendolino e il basettino che possono arrivare da zone geografiche più a nord della nostra e si sommano alle specie stanziali che non migrano verso sud.

Le rive sono caratterizzate dall’avere insenature, rientranze e canali che mantengono sempre presente la linea di contatto tra acque basse e rive fangose, originando gli habitat tipici.
Nei canali d’acqua tra una riva e l’altra va alla ricerca delle prede, piccoli pesci e anfibi, il martin pescatore, perlustrando il bordo della vegetazione riparia, dove si può spesso scorgere posato su un ramo o una cannuccia piegata sull’acqua.

 

I BOSCHI

I boschi e rimboschimenti sono formati da alberi come il salice bianco, il pioppo bianco, il pioppo nero, il frassino meridionale, l’acero campestre, il ciliegio e la farnia, che è la quercia che forma i boschi nelle pianure continentali europee. Gli arbusti che formano le quinte vegetali del sottobosco, del margine e le siepi sono rappresentati da prugnolo, rosa canina, biancospino, nocciolo, sanguinello, spincervino e ligustro, piantati artificialmente o disseminati dagli uccelli che si alimentano delle loro bacche.

Nella vegetazione arbustiva nidificano molte specie piccoli uccelli: capinera, usignolo di fiume, saltimpalo, usignolo, merlo, codibugnolo e l’averla piccola costruendo il loro nido al riparo dai predatori.

Sugli alberi, nelle cavità presenti nei tronchi, nidificano: picchio rosso maggiore, picchio verde, cinciallegra, cinciarella, codirosso, upupa e civetta. Le cavità possono essere naturali, scavate dai picchi, oppure artificiali, sottoforma di cassette nido, collocate appositamente per aiutare queste specie a riprodursi. Sempre sugli alberi è presente la colonia, detta “garzaia”, di airone cenerino, con i grandi nidi posti sulle cime degli alberi più alti.

Di maggiori dimensioni è il nido delle cicogna bianca, con accumuli di materiale larghi più di un metro, i nidi sono osservabili nel bosco e sugli alberi in prossimità del Centro Visite.

 

 

Contenuti testuali a cura di Marianna Biondi